Gli Eurofighter italiani nella difesa dei cieli baltici.
Dalla base lituana di Šiauliai, gli F-2000 dell’Aeronautica Militare assicurano la difesa dello spazio aereo NATO in uno degli scenari più delicati del continente europeo. Una missione che, attraverso la 72ª rotazione della Baltic Air Policing, vede operare contemporaneamente Eurofighter italiani, F-16 turchi e F/A-18 spagnoli. Gli interventi operativi delle ultime settimane, culminati nell’abbattimento di un drone nello spazio aereo lituano, evidenziano la progressiva trasformazione della sorveglianza aerea in un sistema di difesa integrato, chiamato a confrontarsi con minacce sempre più diversificate.
Dalla sorveglianza all’intervento reale.

Nella notte del 15 settembre 2026, il dispositivo di difesa aerea della NATO schierato nei Paesi baltici è stato chiamato a intervenire contro una minaccia concreta. Un velivolo senza pilota aveva penetrato lo spazio aereo lituano, determinando l’attivazione della catena di allarme e il successivo intervento dei caccia alleati. Dalla base aerea di Šiauliai, nel nord della Lituania, sono decollati due Eurofighter F-2000 dell’Aeronautica Militare italiana, appartenenti alla Task Force Air “Baltic Thunder III”. L’intervento, condotto nell’ambito delle procedure NATO, si è concluso con la distruzione del drone. L’episodio rappresenta uno dei momenti più significativi dell’attuale mandato italiano nel Baltico. Non soltanto per il risultato dell’azione, ma soprattutto perché evidenzia quanto rapidamente un’attività di sorveglianza dello spazio aereo possa trasformarsi in una missione operativa reale. La presenza italiana nella regione, formalizzata il 31 luglio 2026, aveva già conosciuto un primo importante banco di prova appena tre giorni dopo l’avvio del mandato.
Il 3 agosto, infatti, due Eurofighter della Baltic Thunder III erano decollati su ordine del Combined Air Operations Centre (CAOC) di Uedem, in Germania, per intercettare due velivoli militari russi in volo nello spazio aereo internazionale sopra il Mar Baltico. Gli equipaggi italiani avevano raggiunto l’area assegnata, identificato e affiancato gli aeromobili, completando l’intervento secondo le procedure dell’Alleanza Atlantica. Si era trattato del primo scramble operativo del contingente italiano, un’attività che rientra nei compiti tradizionali della Baltic Air Policing e che testimonia la costante attenzione riservata dalla NATO ai movimenti aerei lungo il proprio fianco nord-orientale. Ma quanto accaduto nel mese di settembre ha evidenziato una dimensione differente della missione. La minaccia non proveniva da un velivolo militare convenzionale, bensì da un sistema senza pilota. Un elemento che introduce nuove complessità nella difesa dello spazio aereo e che impone una crescente integrazione tra capacità di sorveglianza, identificazione e neutralizzazione. Per comprendere il significato di questi avvenimenti è necessario osservare il contesto operativo nel quale si inserisce la Task Force Air italiana.
Baltic air policing: oltre vent’anni di presenza Nato.
La Baltic Air Policing costituisce una delle missioni più rappresentative del principio di difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica. Avviata nell’aprile 2004, in seguito all’ingresso di Estonia, Lettonia e Lituania nella NATO, nasce dalla necessità di garantire la sorveglianza dello spazio aereo di tre Paesi che non dispongono di una propria componente da caccia sufficiente ad assicurare autonomamente tale funzione.

La soluzione adottata dall’Alleanza prevede l’impiego a rotazione di reparti aerei provenienti dalle nazioni alleate, con velivoli da combattimento, equipaggi, specialisti e strutture di supporto rischierati presso basi avanzate della regione. Nel corso degli anni questa presenza ha assunto un’importanza crescente. La particolare posizione geografica dei Paesi baltici, affacciati sul Mar Baltico e situati in prossimità della Russia e della Bielorussia, rende infatti quest’area particolarmente sensibile sotto il profilo della sicurezza. Il traffico aereo militare che interessa la regione è intenso e comprende frequentemente velivoli russi in movimento tra il territorio nazionale e l’exclave di Kaliningrad. In numerose occasioni gli aeromobili operano nello spazio aereo internazionale senza rispettare alcune delle normali procedure previste per il traffico aereo, come la presentazione di un piano di volo, l’utilizzo del transponder o il mantenimento delle comunicazioni radio con gli enti civili di controllo. È in queste circostanze che può rendersi necessario l’intervento dei caccia NATO. Occorre tuttavia sottolineare un aspetto fondamentale: un’intercettazione non implica automaticamente una violazione dello spazio aereo dell’Alleanza. L’obiettivo principale dell’Air Policing è garantire una conoscenza precisa e costantemente aggiornata della situazione aerea, identificando gli aeromobili di interesse e verificandone il comportamento. Il caccia che decolla su allarme rappresenta quindi l’elemento operativo di un sistema molto più articolato, nel quale informazioni radar, centri di comando e controllori concorrono alla gestione della missione. Nel 2026 questa architettura ha assunto una rilevanza ancora maggiore, accompagnando l’evoluzione della tradizionale Air Policing verso una postura di difesa aerea più ampia, capace di affrontare anche minacce differenti da quelle convenzionali.
Block 72: tre aeronautiche, un’unica missione.

La 72ª rotazione della Baltic Air Policing offre un esempio particolarmente significativo della capacità NATO di integrare differenti componenti aeree all’interno di un dispositivo multinazionale. Il ruolo di nazione guida dalla base lituana di Šiauliai è stato assunto dall’Italia, con lo schieramento di quattro Eurofighter F-2000 e di un contingente di circa 200 militari. La Task Force Air “Baltic Thunder III” costituisce così uno degli elementi principali della presenza aerea alleata nella regione. A circa 300 chilometri più a nord, presso la base di Ämari, in Estonia, operano invece gli F-16 Fighting Falcon dell’Aeronautica turca. Il contingente di Ankara, arrivato alla fine di luglio, comprende cinque velivoli e circa 76 militari, con un periodo di schieramento programmato sino alla fine di novembre. Alla componente turca si è successivamente affiancata quella spagnola. Dall’8 settembre, infatti, la Spagna ha rischierato a Ämari i propri F/A-18 Hornet, contribuendo a rafforzare ulteriormente il dispositivo di sorveglianza e difesa dello spazio aereo baltico. La presenza contemporanea delle tre componenti rappresenta uno degli aspetti aeronauticamente più interessanti dell’attuale rotazione. Eurofighter Typhoon, F-16 Fighting Falcon e F/A-18 Hornet appartengono infatti a differenti programmi aeronautici, sviluppati secondo filosofie progettuali e requisiti operativi non completamente sovrapponibili. Tre sistemi d’arma con caratteristiche proprie, tre aeronautiche con esperienze differenti e reparti provenienti da contesti nazionali diversi. Eppure, una volta inseriti nel dispositivo NATO, queste differenze diventano parte di una capacità comune. Il valore dell’operazione non risiede semplicemente nel numero dei caccia disponibili, ma nella possibilità di impiegarli secondo procedure condivise, attraverso una struttura di comando e controllo capace di coordinare risorse distribuite su più basi. Šiauliai e Ämari non rappresentano quindi due realtà operative isolate. Sono elementi complementari di un dispositivo che consente all’Alleanza di mantenere una presenza continuativa nell’intera regione, adattando l’impiego dei velivoli alle necessità operative. È proprio questa interoperabilità a costituire uno dei risultati più importanti della Baltic Air Policing.
Eurofighter, F-16 eF/A-18: tre filosofie operative a confronto.
Dal punto di vista strettamente aeronautico, la contemporanea presenza dei tre velivoli offre uno spaccato interessante dell’evoluzione della componente da combattimento occidentale.

L’Eurofighter Typhoon, designato F-2000 nell’Aeronautica Militare italiana, è un caccia bimotore multiruolo sviluppato da un consorzio europeo, con una forte vocazione originaria alla superiorità aerea. La configurazione aerodinamica canard-delta, l’elevato rapporto spinta-peso, la capacità di operare in regime supersonico e la disponibilità di sofisticati sistemi di missione ne fanno una piattaforma particolarmente adatta alle attività di difesa dello spazio aereo. Nelle missioni di Quick Reaction Alert, il Typhoon può sfruttare le proprie prestazioni per raggiungere rapidamente le aree di intercettazione, identificare le tracce assegnate e operare in coordinamento con il sistema di comando e controllo NATO.

L’F-16 Fighting Falcon turco rappresenta invece una delle piattaforme da combattimento più diffuse e longeve dell’aviazione occidentale. Nato come caccia leggero monoposto, monomotore e caratterizzato da un’elevata manovrabilità, si è progressivamente evoluto in un sistema multiruolo attraverso numerosi programmi di aggiornamento. La sua diffusione internazionale ha contribuito a creare una vasta esperienza operativa condivisa, rendendolo uno degli strumenti più rappresentativi dell’interoperabilità tra le aeronautiche alleate. Il Fighting Falcon conserva caratteristiche particolarmente apprezzate nelle missioni di difesa aerea, grazie alla combinazione tra prestazioni, flessibilità d’impiego e integrazione con i sistemi di controllo e identificazione.

Differente è il percorso dell’F/A-18 Hornet spagnolo. Bimotore e multiruolo, il velivolo nasce da requisiti che prevedevano un’ampia flessibilità operativa, combinando capacità aria-aria e aria-superficie. Nonostante appartenga a una generazione progettuale precedente rispetto all’Eurofighter, l’Hornet continua a rappresentare una piattaforma capace di svolgere efficacemente missioni di sorveglianza e intercettazione, grazie agli aggiornamenti introdotti nel corso della propria vita operativa. Le differenze tecniche tra questi tre caccia sono evidenti. Cambiano le configurazioni aerodinamiche, le caratteristiche propulsive, le interfacce uomo-macchina e alcune modalità di gestione dei sistemi di missione. Ma quando ricevono un ordine operativo dalla struttura NATO, tutti devono essere in grado di rispondere secondo procedure compatibili. La standardizzazione delle comunicazioni, l’utilizzo di protocolli comuni e la capacità di operare sotto un’unica autorità di controllo consentono di trasformare piattaforme differenti in elementi di uno stesso dispositivo. Non è quindi necessario che i velivoli siano identici. È fondamentale che siano capaci di operare insieme. Questo principio costituisce uno dei pilastri della difesa aerea integrata dell’Alleanza.
Il sistema nato: dalla traccia radar allo scramble.

Dietro ogni decollo operativo esiste una sequenza di attività che coinvolge strutture distribuite su un territorio molto più ampio rispetto alla singola base aerea. La sorveglianza dello spazio aereo viene assicurata attraverso una rete di sensori e centri di comando che contribuiscono alla costruzione della Recognised Air Picture, ovvero una rappresentazione aggiornata della situazione aerea. Le informazioni disponibili vengono analizzate per individuare eventuali tracce di interesse, anomalie o comportamenti che richiedano ulteriori verifiche. Quando una situazione lo rende necessario, la struttura NATO può ordinare il decollo dei velivoli mantenuti in Quick Reaction Alert. Per l’area settentrionale dell’Alleanza, un ruolo fondamentale è ricoperto dal Combined Air Operations Centre di Uedem, in Germania, inserito nella catena di comando dell’Allied Air Command di Ramstein. È da questa struttura che vengono coordinate le missioni di Air Policing affidate ai reparti schierati nel settore. L’ordine di scramble attiva una procedura nella quale ogni passaggio deve essere eseguito con rapidità e precisione. Gli equipaggi raggiungono i velivoli, completano le operazioni previste per il decollo e si portano in volo secondo le indicazioni ricevute. Una volta raggiunta l’area d’ntervento, i piloti vengono guidati verso la traccia assegnata, procedendo all’identificazione e alle eventuali successive azioni richieste dalla situazione. Il controllo della missione rimane inserito nella catena di comando NATO, mentre gli equipaggi operano secondo regole d’ingaggio e procedure stabilite per lo specifico contesto. È un sistema nel quale la rapidità rappresenta un requisito essenziale, ma non può mai prescindere dalla corretta identificazione della minaccia e dalla valutazione delle condizioni operative. Lo scramble del 3 agosto, condotto dagli Eurofighter italiani contro due velivoli russi in volo internazionale, costituisce un esempio concreto di questa procedura. L’intervento del 15 settembre contro un drone penetrato nello spazio aereo lituano evidenzia invece come la medesima architettura debba essere capace di affrontare situazioni profondamente differenti.
La nuova sfida dei sistemi senza pilota.

La crescente diffusione dei sistemi aerei senza pilota rappresenta una delle principali trasformazioni dello scenario operativo contemporaneo. Accanto ai velivoli militari tradizionali, le forze di difesa aerea devono oggi confrontarsi con piattaforme che possono presentare dimensioni, velocità, quote operative e caratteristiche radar molto differenti. Alcuni sistemi sono progettati per attività di ricognizione, altri possono trasportare carichi esplosivi, mentre ulteriori configurazioni vengono impiegate come esche per complicare l’individuazione delle minacce o saturare le capacità di risposta. L’episodio del 15 settembre in Lituania assume particolare rilievo proprio in questo contesto. Le autorità lituane hanno identificato il drone abbattuto come appartenente alla tipologia Gerbera, una piattaforma utilizzata dalla Russia anche con funzioni di inganno e saturazione. Secondo le valutazioni rese pubbliche dalle autorità locali, il velivolo potrebbe essere stato originariamente diretto verso l’Ucraina, deviando successivamente dalla propria traiettoria. La ricostruzione definitiva dell’evento richiede tuttavia l’analisi dei componenti recuperati e degli elementi disponibili sulla rotta effettivamente seguita dal sistema. Al di là dell’origine e delle circostanze specifiche, l’episodio mette in evidenza una problematica di crescente importanza. Un drone relativamente economico può costringere un dispositivo di difesa altamente sofisticato ad attivare sensori, strutture di comando, personale operativo e velivoli da combattimento. Si crea così un rapporto particolarmente complesso tra il costo della minaccia e quello della risposta. L’impiego di un caccia intercettore può risultare necessario in determinate condizioni, ma non costituisce necessariamente la soluzione più efficiente per ogni tipologia di bersaglio. Da qui deriva l’importanza crescente delle capacità Counter-Unmanned Aerial System, comunemente indicate con l’acronimo C-UAS. Queste comprendono un insieme di tecnologie e procedure destinate a individuare, classificare, seguire e, quando necessario, neutralizzare i sistemi senza pilota. L’integrazione tra sensori radar, sistemi elettro-ottici, guerra elettronica e differenti strumenti di intervento diventa quindi un elemento centrale nella moderna difesa aerea. Il caso lituano dimostra soprattutto che la minaccia rappresentata dai droni non può essere considerata separatamente dalla più ampia architettura di protezione dello spazio aereo. I sistemi senza pilota costituiscono ormai una componente stabile dello scenario operativo e richiedono una risposta coordinata, proporzionata e tecnicamente adeguata.
Šiauliai: la complessa organizzazione della prontezza operativa.

Se l’immagine più immediata della Baltic Thunder III è quella di un Eurofighter che accelera lungo la pista per un decollo su allarme, la realtà quotidiana della missione comprende attività molto più articolate. La capacità di mantenere i velivoli in Quick Reaction Alert richiede infatti un’organizzazione che coinvolge numerose professionalità. Piloti, specialisti della manutenzione, tecnici avionici, armieri, addetti alle comunicazioni, personale logistico, meteorologi e operatori delle strutture di supporto contribuiscono alla continuità dell’attività operativa. Ogni velivolo deve essere mantenuto nelle condizioni di efficienza richieste, attraverso controlli programmati, interventi manutentivi e verifiche dei sistemi di bordo. La disponibilità degli equipaggi deve essere coordinata con le esigenze operative, mentre la pianificazione delle attività deve garantire la capacità di rispondere agli ordini provenienti dalla struttura NATO. A tutto questo si aggiungono le problematiche tipiche di un rischieramento all’estero. Il contingente deve operare lontano dalle proprie basi permanenti, assicurando continuità logistica, disponibilità dei materiali, gestione delle infrastrutture e collegamenti con la catena di comando nazionale e alleata. La presenza di circa 200 militari italiani a Šiauliai rappresenta quindi molto più del semplice supporto ai quattro Eurofighter schierati. È una struttura operativa completa, organizzata per garantire la continuità della missione. Anche quando non sono in corso intercettazioni reali, l’attività della Task Force Air prosegue attraverso missioni addestrative, esercitazioni e attività di integrazione con gli altri reparti dell’Alleanza. Queste operazioni consentono di mantenere elevati i livelli di preparazione degli equipaggi e di verificare costantemente l’efficacia delle procedure. L’addestramento assume un valore ancora maggiore in un ambiente multinazionale, nel quale personale appartenente ad aeronautiche differenti deve poter operare secondo standard comuni. La prontezza operativa non si misura quindi soltanto nel tempo necessario a portare un caccia in volo. È il risultato di un’organizzazione capace di mantenere uomini, mezzi e procedure nelle condizioni richieste per intervenire in qualsiasi momento.
Un dispositivo multinazionale sul fianco orientale.

La presenza contemporanea di Italia, Turchia e Spagna nella regione baltica assume un significato che supera quello strettamente aeronautico. La NATO dimostra infatti la capacità di trasferire e integrare rapidamente componenti militari provenienti da Paesi geograficamente distanti, mantenendo una presenza operativa continuativa lungo il proprio fianco orientale. L’Italia contribuisce attraverso una piattaforma europea di ultima generazione come l’Eurofighter. La Turchia mette a disposizione i propri Fighting Falcon, espressione di una componente da combattimento consolidata e ampiamente impiegata. La Spagna rafforza il dispositivo con gli Hornet, aggiungendo ulteriori capacità di sorveglianza e intercettazione. Questa diversità rappresenta un elemento caratteristico dell’Alleanza Atlantica. La NATO non dispone di un’unica aeronautica, ma integra le capacità fornite dai singoli Paesi membri, attraverso strutture di comando, procedure e standard condivisi.
La difesa dello spazio aereo baltico costituisce una dimostrazione particolarmente evidente di questo principio. Gli aeromobili possono essere rischierati da basi differenti, appartenere a generazioni tecnologiche diverse e provenire da reparti con specifiche tradizioni operative. Ciò che li unisce è la capacità di contribuire a una missione comune. Nel caso del Block 72, questa integrazione si sviluppa attraverso una distribuzione geografica che consente di mantenere una presenza avanzata sia in Lituania sia in Estonia. Il dispositivo permette di assicurare una maggiore flessibilità operativa e di adattare l’impiego delle risorse alle necessità che emergono nella regione. La presenza alleata assume inoltre un evidente valore di deterrenza. La disponibilità di caccia pronti a intervenire costituisce infatti un elemento concreto della capacità NATO di sorvegliare e proteggere lo spazio aereo dei propri membri. Una funzione che non si limita alla gestione degli episodi più evidenti, ma si sviluppa quotidianamente attraverso un’attività continuativa e spesso poco visibile.
La dimensione politica e strategica della missione.
Gli avvenimenti del settembre 2026 hanno conferito ulteriore rilevanza alla presenza italiana in Lituania. Il 15 settembre, nelle ore successive all’intervento contro il drone, il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha raggiunto la Lituania, incontrando il proprio omologo Robertas Kaunas. La visita ha rappresentato un’occasione per sottolineare il valore della cooperazione tra i due Paesi e l’importanza della presenza alleata nella regione. Al centro dei colloqui sono emersi temi direttamente collegati all’evoluzione dello scenario di sicurezza europeo: il rafforzamento della difesa aerea, la protezione delle infrastrutture critiche e la necessità di sviluppare capacità sempre più efficaci nell’individuazione e nel contrasto delle minacce. L’intervento degli Eurofighter italiani ha fornito un esempio concreto della funzione svolta dal dispositivo NATO. La sicurezza dello spazio aereo dei Paesi baltici non dipende esclusivamente dalle capacità nazionali, ma da un sistema di difesa collettiva nel quale ciascun alleato contribuisce con uomini, mezzi e competenze. Per l’Italia, la Baltic Thunder III rappresenta quindi un impegno operativo di particolare significato. La partecipazione alla missione conferma la capacità dell’Aeronautica Militare di sostenere rischieramenti prolungati all’estero, mantenendo elevati standard di prontezza e operando all’interno di una struttura multinazionale. Al tempo stesso, gli episodi delle ultime settimane dimostrano come il concetto di difesa aerea stia progressivamente cambiando. L’intercettazione di velivoli militari tradizionali rimane un compito fondamentale, ma deve oggi convivere con l’esigenza di contrastare sistemi senza pilota e minacce caratterizzate da profili operativi differenti. La sfida riguarda quindi non soltanto le prestazioni dei singoli velivoli, ma soprattutto la capacità di integrare sensori, informazioni e strumenti di risposta.
Baltic Thunder III : la prontezza che diventa capacità operativa.

A oltre vent’anni dall’avvio della Baltic Air Policing, la presenza dei caccia NATO nei cieli baltici continua a rappresentare uno degli elementi più concreti della difesa collettiva dell’Alleanza. L’attuale rotazione conferma quanto sia importante poter contare su un dispositivo multinazionale capace di operare senza interruzioni e di adattarsi all’evoluzione dello scenario. Gli Eurofighter italiani della Task Force Air “Baltic Thunder III” costituiscono una componente fondamentale di questa architettura. Accanto a loro, gli F-16 turchi e gli F/A-18 spagnoli contribuiscono a garantire una presenza alleata distribuita su più basi, ma coordinata secondo un’unica logica operativa. Tre differenti sistemi d’arma che, attraverso l’integrazione NATO, diventano parte della medesima capacità di difesa. Gli interventi del 3 agosto e del 15 settembre hanno mostrato due aspetti complementari della missione. Da una parte, la capacità di identificare e intercettare velivoli militari operanti nello spazio aereo internazionale. Dall’altra, la necessità di reagire a una minaccia senza pilota penetrata nello spazio aereo di un Paese alleato. Due situazioni differenti, accomunate dalla rapidità della risposta e dall’efficacia del coordinamento tra equipaggi, strutture di sorveglianza e centri di comando. È proprio questa capacità di trasformare la prontezza in azione a rappresentare il valore operativo della Baltic Thunder III. Da Šiauliai, gli F-2000 dell’Aeronautica Militare continuano a garantire il proprio contributo alla sicurezza dei cieli baltici, in una regione nella quale la presenza NATO assume ogni giorno un significato concreto. Dietro ogni missione rimangono il lavoro degli equipaggi, la preparazione degli specialisti e una complessa organizzazione chiamata a mantenere costantemente disponibile la capacità di intervento. Perché la difesa dello spazio aereo non si esaurisce nel momento in cui un caccia lascia la pista. Comincia molto prima, attraverso una rete di uomini, tecnologie e procedure che deve funzionare senza interruzioni. E quando su Šiauliai suona l’allarme, la differenza tra addestramento e realtà può essere questione di pochi minuti.
Testo di Alessio L. & Foto (courtesy LTU AF/ NATO AirCOm) a cura di www.AB-AviationRepoter.com
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